Raccolta di appunti personali ed estrapolazioni
Roberto Di Molfetta
« Quando tutti pensano nello stesso modo, nessuno pensa molto »
Walter Lippmann, uomo politico e giornalista U.S.A. (1889-1974)
Sociologia
Il potere
Selezione, Trascrizione e Cura
Roberto Di Molfetta
Tratto da «Manuale di Sociologia» di Franco Ferrarotti
Se viaggio in treno e me ne sto tranquillamente seduto nel mio angolino, senza attaccare bottone con nessuno, neppure con il grasso signore che, seduto davanti a me, legge il giornale, non succede nulla: non c'è potere perché non c'è rapporto. Il potere implica un rapporto tra A e B - un rapporto che in questo caso, essendo viaggiatori entrambi, sarebbe all'inizio di parità. Ma basterà che gli interlocutori potenziali aprano bocca e, dalla mera scelta dei vocabili, dalla proprietà del linguaggio, dalla cultura che se ne ricava (brevemente: dalle peculiarità comunicative, notaRDM), dalle scuole frequentate che se ne possono inferire, e così via, il rapporto - paritario in nome delle Ferrovie dello Stato - tenderà immediatamente a incrinarsi - nei termini della società globale.
NotaRDM: Ferrarotti omette di rilevare, pur senza contraddirsi discorsivamente, che anche le caratteristiche fisiche, gestuali e mimico-espressive, determinano a priori, come componenti comunicative incessantemente in azione, le modalità con cui si instaura un rapporto tra due persone - RDM.
[Il rapporto stesso perciò] si farà diseguale, asimmetrico, con un A dominatore e sovrastante e un B dominato e subalterno, o viceversa. Dunque il potere è un rapporto. Ma il potere è anche una posizione oggettiva, empiricamente accertabile, nella struttura sociale. Il potere è rapporto, relazione, ma anche struttura, posizione.
Sociologia, Scienze Politica
Selezione, Integrazione e Cura
Roberto Di Molfetta
Tratto da LaStoria.org
Autore: Renato Treves
Il pensiero sociopolitico di J.Ortega
Visto come le idee filosiche di Ortega risultino essere, nei loro principi e nei loro propositi, fondamentalmente, un pensiero politico (e sociopolitico, notaRDM) e come questo pensiero politico, secondo lui, non debba essere rivolto alla costruzione di teorie generali ed astratte, ma alla soluzione di problemi concreti legati a particolari situazioni di spazio e di tempo, è facile rendersi conto come nell'opera sua egli anzitutto abbia concentrato la propria attenzione sulla situazione del paese in cui è nato e vissuto, cioè sulla situazione spagnola che costituiva la sua più prossima e naturale circostanza. "Ciò che io avrei dovuto essere, lo dovevo essere in Spagna, nella circostanza spagnola", egli dichiara. E siccome egli doveva essere un intellettuale, siccome la sua "vocazione era il pensiero, l'ansia di chiarezza intorno alle cose", il suo primo e più urgente compito è stato quello di considerare la situazione del proprio paese, di analizzare i suoi diversi aspetti e di indicare, sulla base di queste considerazioni ed analisi, la via e il programma concreto che avrebbero dovuto seguire gli uomini d'azione.
Si può dire che Ortega, sostanzialmente, ha assolto questo compito nel primo periodo della sua attività di scrittore e di pensatore. Nelle "Meditaciones del Quijote" del 1914 [...] ha sviluppato numerose e interessanti considerazioni sul carattere, sul costume e sulla cultura della Spagna del suo tempo. Nel libro "España invertebrada" del 1922, ha esposto ordinatamente queste ed altre considerazioni tratteggiando un quadro vivo e suggestivo della circostanza spagnola e facendo una diagnosi acuta e talvolta spietata dei difetti e dei mali del proprio paese. In numerosi saggi apparsi in "El Espectador" prima e dopo la pubblicazione di questo libro, ha dimostrato sempre un sincero e profondo interesse per l'argomento. Ricordiamo fra essi le impressioni di viaggio da Madrid a Parigi in cui si traccia un incisivo confronto fra la Spagna "terra drammatica" e la Francia "terra dolce e gradevole" o le riflessioni sui castelli della Vecchia Castiglia che danno lo spunto ad indagini sul significato profondo delle istituzioni medioevali, le osservazioni sul segreto della vita e della storia africana che servono a chiarire aspetti oscuri del passato spagnolo.
Per [avere] un'idea di come Ortega ha inteso e interpretato la circostanza spagnola [...] è sufficiente considerare il suo lavoro principale sull'argomento: "España invertebrada". Si può dire che il concetto che Ortega si è fatto della circostanza spagnola si trova già sinteticamente espresso in questo titolo: la Spagna è "invertebrata". Tutto il lavoro è infatti diretto a spiegare il significato di questa affermazione e a mettere in luce la gravità del male che in essa viene denunciato.
Muovendo dall'esempio della storia di Roma antica, così come e stata interpretata dal Mommsen, Ortega afferma che i popoli si formano e progrediscono per un processo di "incorporazione", [il quale] consiste nell'organizzazione di molte unità sociali in una nuova struttura, organizzazione nella quale la forza deve intervenire inevitabilmente, ma, si badi bene, deve intervenire soltanto come fattore ausiliare e secondario, inseparabile dal fattore primario ed essenziale che per Ortega deve essere un ideale, "un progetto suggestivo di vita comune". Il processo inverso per cui i popoli decadono e si avviano a certa rovina è poi quello della "disintegrazione" per il quale viene a mancare il programma di vita futura che tiene uniti fra loro i diversi nuclei sociali e per il quale questi nuclei, chiusi nel loro particolarismo e separati dagli altri, a poco a poco, si suddividono e si dissolvono nelle loro singole parti finendo di formare una massa amorfa priva di consistenza e di struttura organica, una massa che viene qualificata come "invertebrata".
Sociologia, Scienze Sociali
Cultura e Organizzazioni,
Cultura e Motivazione.
Selezione, Note, Trascrizione e Cura: Roberto Di Molfetta
Autrice: Wendy Griswold · Tratto da «Sociologia della Cultura»
"Come può riuscire un 'leader' o un 'manager' a far lavorare la gente duramente, a farla cooperare, a farla attivare per il bene del gruppo, o fare qualunque cosa che essa altrimenti non farebbe ? [...] La via più diretta per motivare l'acquiescènza è attraverso l'uso della forza: la maggior parte della gente generalmente risponde sempre quando minacciata con una pistola o una frusta. Ma il nudo potere non è efficiente, oltre ad essere inumano. I sistemi di lavoro forzato e di schiavitù sono raramente efficaci nel lungo periodo, e non sono comunque opzioni disponibili alla maggior parte delle organizzazioni contemporanee.
commentoRDM - Un esempio richiamabile di controproduzione nell'applicazione del potere è tipicamente rappresentabile dall'avanzata terrificante del Terzo Reich tedesco, pervasa da odio razziale, nazionalistico ed ideologico a tali estremi e parossistici livelli da risultare un collante forte ed egemone nell'unire coloro che formarono il monolitico blocco sovietico durante la II Guerra Mondiale, determinante per rovesciare sul fronte orientale le sorti del conflitto, a chiaro beneficio di coloro che pur essendo avversari delle armate tedesche hitleriane non sarebbero stati disposti a sforzi immensi in termini di sofferenza, privazioni e sacrifici umani, quali quelli delle popolazioni sovietiche, per tentare di infliggere una sconfitta a eserciti trionfanti e vendicativi come quelli regolari e d'elite germanici; in sostanza è proprio l'evidenza dell'annientamento prospettato da Adolf Hitler, insensibile a variazioni significative del concetto di rappresaglia, che creò la "malta" adatta a cementare il gigante politico, militare e umano sovietico; a fronte di una prospettiva di umiliazione, odio e presupposte privazioni, sino all'annientamento totale della nazione, a livelli superiori rispetto a quelli tollerabili anche con una dominazione coloniale a lungo termine, tipica ad esempio del colonialismo europeo nel continente africano, con un impatto psicologico a breve e lungo termine devastante, un determinato gruppo umano, cioé, non accetta di sottostare, se non per brevi periodi, ad un potere che ne annulli anche le minime istanze percepite come rivendicabili storicamente ed insieme quotidianamente; si forniscono altri esempi storici nella condizione borghese francese nella Francia prerivoluzionaria del '700, nella condizione del proletariato urbano nell'Europa contemporanea, nella condizione ed assetto imprenditoriale nella Cina moderna, e così via discorrendo. RDM -
Una teoria si basa sull'idea dell'uomo economico, e dice che gli esseri umani vogliono soldi e ciò che i soldi permettono di comprare. Poiché i loro desideri e bisogni sono sempre superiori ai loro mezzi, essi lavoreranno di più per una paga maggiore. Questa teoria è alla base di sistemi salariali come il cottimo, in cui il salario del lavoratore è una diretta funzione del suo prodotto. In questo sistema, una compagnia può calcolare che il lavoratore medio può produrre nove pezzi all'ora e la paga standard è commisurata a questo risultato. Se un lavoratore supera il livello di produzione stabilito ottiene un premio. [...] La teoria dell'uomo economico [in realtà] spesso non funziona. Studi su unità di lavoro hanno mostrato ripetutamente che un gruppo definirà comunque un ragionevole ritmo di lavoro, un ritmo che i suoi membri possono tenere senza molta difficoltà, e che la maggior parte degli individui nel gruppo non lo supererà. [...] La pressione sociale esercitata dal gruppo porterà normalmente gli "stakanovisti" ad allinearsi agli altri. In modo analogo, coloro che stanno sotto il livello di produttività saranno aiutati dagli altri membri del gruppo, anche se questo non è nel loro interesse economico.
[È] la creazione di una subcultura con i suoi significati e le sue pratiche che protegge i suoi membri dalle influenze esterne. La stessa cosa che succede nelle squadre della Little League e tra i fumatori di marijuana accade anche nelle burocrazie governative e nelle aziende commerciali.
[...] Quando le aziende americane aprono succursali in altri paesi, per esempio, esse hanno spesso problemi per vicende di nepotismo ed altre forme di favoritismo particolaristico (l'autrice è docente universitario statunitense, notaRDM). Per i dirigenti americani, i singoli impiegati dovrebbero essere giudicati e trattati per il loro merito individuale; il favoritismo è una forma di corruzione. Ma per i dipendenti locali, favorire qualcuno del proprio villaggio (in Cina), della propria famiglia (in Italia), o del proprio gruppo etnico (in Nigeria) promuovendo quella persona a scapito di altre ugualmente qualificate significa esprimere la giusta solidarietà di gruppo. Analogamente, ciò che appare agli occidentali una tangente sembra invece, a molta gente nei paesi in via di sviluppo, una legittima esibizione monetaria di rispetto e gratitudine, forse anche data prima che il fatto accada."
commentoRDM - Indubbio, in sede di osservazione dei fatti e dei risultati scientifici che le scienze sociali hanno già conseguito e potrebbero conseguire, considerare necessaria la risposta ai problemi irrisolti che un sistema strutturato come un gruppo umano, in un suo sottoinsieme o come parte di un ulteriore sovrainsieme sociale, crea inevitabilmente quando l'ipotesi studiata prevede di determinare ontologicamente la cultura, la sostanza primaria, cioé, di ciò che il gruppo stesso determinato considera condiviso, prioritario ed auspicabile sia in senso statico che dinamico.
Abbiamo la cultura ad unire e raccordare, creandoli dialetticamente al contempo, sistemi organizzativi istituzionali, aziendali, familiari, economici, d'etnia, di comunità.
Ma, seguendo quanto già trattato in queste pagine, la cultura studiata oggettivamente dalle scienze sociali altro non è rappresentata che dalla dialettica tra il mondo fisico e la cultura già presente nelle menti umane e, quindi, dalla dialettica tra le stesse culture; gli individui storici e perciò i gruppi sociali vivono all'interno di un universo naturale, affiancato da quella minoritaria parte artificiale da loro costruita, considerando l'insieme non solamente tramite i sensi naturali ma, ancor più, mediante quella particolare visione del mondo che la cultura stessa, sempre suscettibile di mutamenti nel tempo e nello spazio (intendendo con ciò anche le subculture particolari) insieme contribuisce a creare e modifica in maniera concettualmente data.
Abbiamo quindi l'istanza culturale come il modo in cui gli esseri umani vedono concettualmente (ma non anche psicologicamente) sé stessi, gli altri, gli esseri viventi non umani, gli oggetti e tutto ciò che nell'universo sociale considerano e creano, dall'appartenza familiare a quella nazionale e sovranazionale, un insieme culturale sì concreto ma anche accettato con presupposti astratti che la cultura stessa, come deposito informativo condiviso, è puntualmente atta a determinare, reiterare e mantenere nell'iscindibile concretezza che unisce le idee al mondo fisico creando l'uno con le altre e viceversa.
Intervenire con piani scientifici e di ricerca di sociologico e scientifico-sociale che abbiano un azione indagatrice incisiva permette sia di aumentare la conoscenza delle culture che dei modi in cui esse di estrinsecano sia di provvedere a modificarle, laddove ciò sia eticamente accettabile, al fine di migliorare, anche settorialmente, l'influenza positiva delle culture stesse sull'agire sociale individuale e collettivo senza occuparsi, in via esclusiva, di fattori tecnici e tecnologici come unico fattore a priori regolante la stabilità funzionale e l'efficacia dell'innovazione di un sistema produttivo dato. RDM -
Sociologia
Il fenomeno storico del Positivismo
Selezione, Integrazione e Cura
Roberto Di Molfetta
Autore: Istituto Magistrale Eleonora d'Arborea
Nei primi decenni del 19°secolo, il panorama della cultura in senso generale e della filosofia in termini più specifici, è caratterizzato dall’affermazione del Positivismo. Tale affermazione si verifica contestualmente alle profonde trasformazioni che si registrano nelle strutture economiche e sociali prodotte dallo sviluppo tecnico-scientifico e dalla rivoluzione industriale. Il Positivismo si configura come la risposta culturale alle profonde discontinuità prodotte dal processo storico e, in modo particolare, dai due eventi prima richiamati: lo sviluppo della scienza e della tecnicada un alto, e la rivoluzione industriale, dall’altro.
Tra i positivisti è infatti diffusa la consapevolezza che la Rivoluzione francese abbia aperto una fase storica fortemente critica sotto i profili sociale e culturale. Il 14 luglio 1789, con la presa della Bastiglia, si sono innescati processi storici tali da produrre una frattura profonda rispetto all’epoca precedente; tale frattura ha determinato il crollo di un mondo che ormai, nonostante i propositi della Restaurazione, non è però più possibile ricostruire.
Dalle convulsioni del presente, questo il convincimento dei positivisti, non si può uscire vagheggiando improponibili ritorni al passato, ma soltanto traghettando la società verso un mondo nuovo caratterizzato dal primato della scienza e dello sviluppo dell’apparato produttivo, mondo nel quale le gerarchie sociali siano ripensate in modo tale da assicurare la leadership agli scienziati e ai filosofi ai quali è affidato il compito di dirigere la società in virtù della loro spiccata capacità di astrazione e generalizzazione, cioè della loro attitudine a individuare le linee generali lungo le quali deve essere indirizzata la società.
La realizzazione di tale nuovo ordine non deve essere affidata ad azioni rivoluzionarie, che aprirebbero solo nuove crisi di civiltà, ma deve essere garantita attraverso riforme graduali illuminate dalla conoscenza dei problemi indotta dalla scienza. Sotto questo aspetto, la politica appare a positivisti, come A. Comte, una forma oramai obsoleta di governo delle società che deve essere sostituita dalla scienza, e più precisamente dalla conoscenza scientifica della società resa disponibile dalla sociologia. In tal modo, grazie a questo nuovo sapere, sarà possibile conciliare aspetti che fino a quel momento erano sempre stati disgiunti: l’ordine sociale e il progresso sociale. In passato, infatti, il mantenimento dell’ordine è sempre andato a scapito del progresso; viceversa, i periodi storici nei quali si è verificato progresso sono sempre stati caratterizzati dal disordine e dall’instabilità. Ora, invece, la conoscenza scientifica delle leggi e dei meccanismi sociali potrà consentire di governare il progresso senza che questo comprometta l’ordine sociale.
La circostanza che la trasformazione sociale sia strettamente collegata ai processi di innovazione viene considerata dai positivisti un fattore in grado di garantire, assieme al progresso, la graduale emarginazione dei ceti parassitari e, conseguentemente, l’affermazione delle “classi produttive”, categoria nella quale sono compresi tanto la borghesia industriale e commerciale, quanto il proletariato. Questa visione è alla base della polemica sviluppata contro i teorici del nascente movimento operaio, socialista, comunista, anarchico, sostenitori di una prospettiva di trasformazione della società nella quale è messo in discussione il nuovo ordine borghese che, al contrario, è considerato l’espressione più autentica della modernità e il momento più alto raggiunto dalla civiltà.
NotaRDM - Indubbio che ciò che rendeva importante il movimento positivista era non tanto il rivoluzionario collegare il buon governo alle metodologie scientifiche, in quanto già presso l'antico mondo greco era sorta l'opinione che si avrebbero avuti vantaggi nell'amministrazione da parte degli intellettuali, quanto il permettere al radicale riformismo sociale di incidere in modo profondo sull'assetto sociale considerato non parzialmente utile a simile scopo, con una classe ad esclusione delle altre, ma avendo un trasversalismo esistenziale e d'obiettivi compartecipati e creati con lungimiranza da tutti coloro che avevano plasmato, con il loro agire, lo status quo esistente sino alle riforme medesime. - RDM
Il decollo dell’apparato industriale, della scienza, della tecnica, del sistema delle comunicazioni, determina, soprattutto nella seconda metà del 19° secolo, un clima di entusiastica fiducia nelle possibilità dell’uomo e nelle potenzialità della scienza e della tecnica. Questo ottimismo, che passa per la società europea in modo trasversale, essendo proprio non solo delle classi dirigenti e capitalistiche ma anche di quelle popolari, alimenta in breve la retorica del progresso che diventa la categoria interpretativa dei fenomeni storici e che induce a ritenere possibile il raggiungimento di indefiniti traguardi di sviluppo.
Poi, quando questa esaltazione sarà svanita in conseguenza di un intreccio di cause concomitanti che si collocheranno su piani differenti (la crisi dei fondamenti, i conflitti sociali, quelli politici e quelli economici), l’ottimismo che pervadeva così profondamente la società europea e il Positivismo, che di quella società costituiva la coscienza filosofica, lascia il posto ad un acuto sentimento di crisi che alimenta l’opera demolitrice di Nietzsche o le riflessioni di Spengler sul Tramonto dell’Occidente.
Sociologia, Scienze Sociali
Selezione, Integrazione e Cura
Roberto Di Molfetta
Tratto da Quotidianiespresso.It
Autore: Luciano Gallino
La sociologia e la fabbrica
Il ruolo delle Edizioni di Comunità. Fondazione: 1947, Ivrea, Italia
Tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50 - di fatto sino alla sua scomparsa nel 1960 - Adriano Olivetti ha dato un notevole impulso allo sviluppo delle scienze sociali in Italia, specialmente alla sociologia ed all’economia; un impulso i cui effetti si avvertono ancor oggi. Direttamente e indirettamente, [l'impulso si concretizzò] con le iniziative da lui prese in tre diversi settori, per vari aspetti complementari:
- la ricerca sociale sul campo;
- l’istituzione, per la sua azienda, d’uffici studi specializzati;
- l’editoria.
In campo editoriale si può dire che la letteratura sociologica italiana, ma lo stesso è in parte vero della letteratura economica, non avrebbe raggiunto le dimensioni e la ricchezza attuali senza l'attività stimolante quanto precorritrice delle Edizioni di Comunità, fondate da Adriano Olivetti nel 1947. Amico personale di Georges Friedman, il sociologo francese acerrimo critico della cosiddetta "organizzazione scientifica del lavoro", di fatto fondata su mansioni parcellari e ripetitive, l'ingegner Adriano fa pubblicare da Comunità la versione italiana del suo "Dove va il lavoro umano ?" (1955).
Il primo libro in cui si discute criticamente del crescente squilibrio [manifestatosi con le forme e strutture sociali occidentali] tra ricchezza privata e povertà pubblica, "Economia e benessere", di John Kenneth Galbraith, compare per gli stessi tipi nel 1957. A Claudio Napoleoni, economista di sinistra - bisogna dire che erano ben singolari, sul metro odierno, le scelte del nostro imprenditore; tanto che a volte, come in questo caso, egli un poco se ne pentì - Olivetti affidò la responsabilità di redigere un ponderoso "Dizionario di Economia", pubblicato nel 1956. Ad esso collaborarono quasi tutti i maggiori economisti italiani dell'epoca, da Federico Caffè a Giovanni Demaria, da Paolo Sylos Labini a Sergio Steve, da Siro Lombardini a Ernesto Rossi.
Alle stesse Edizioni si deve una imponente collana di classici della sociologia, che l'ingegner Adriano approvò, su proposta di quell'impareggiabile direttore editoriale che è stato Renzo Zorzi, ma che purtroppo non fece in tempo a veder decollare. Essa fu infatti inaugurata solo nel 1962 con la versione italiana della più grande opera sociologica del '900, "Economia e Società", di Max Weber (orig. 1922), e si è conclusa nel 1989 con un altro capolavoro, la "Sociologia", di Georg Simmel (orig. 1908).
Se si considerano i molti ricercatori che ad Ivrea compirono il loro apprendistato sociologico od economico; i tanti borsisti che transitarono nell'uno o nell'altro degli uffici studi menzionati; le migliaia di studenti che studiarono e tuttora studiano scienze sociali sui libri pubblicati dalle Edizioni di Comunità - che oggi operano a Torino anziché a Milano, ma seguendo una linea editoriale che pur innovativa non spiacerebbe all'ingegner Adriano Olivetti - si tratta di una vera folla in giro per l'Italia. Siano oggi diventati docenti universitari o insegnanti, managers o ricercatori, sindacalisti o funzionari pubblici, le conoscenze sociologiche od economiche che essi applicano [provengono dai] diversi canali che Adriano Olivetti ebbe a tracciare negli anni '50-'60.
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Pagine sulle scienze sociali create da Roberto Di Molfetta