Franco Ferrarotti
Franco Ferrarotti


Sociologo. Nato il 7 aprile 1926 in Piemonte, si è laureato in filosofia all'Università di Torino, nell'anno accademico 1949-1950, con una tesi su "La sociologia di Thorstein Veblen", di cui aveva tradotto La teoria della classe agiata.
Duramente criticato da Benedetto Croce ne "Il Corriere della Sera" del 15 gennaio 1949, alla stroncatura crociana replica con due saggi nella "Rivista di Filosofia". Compie studi di perfezionamento a Parigi, Londra e Chicago. È fra i fondatori del Consiglio dei Comuni d'Europa a Ginevra nel novembre 1949. Con Nicola Abbagnano l'amicizia lo porta, nel 1951, a fondare i "Quaderni di Sociologia" a cui da un seguito nel 1967, fondando anche la rivista di cui è ancora direttore, "la Critica Sociologica".

A partire dal 1948 fino alla scomparsa di Adriano Olivetti, nel febbraio del 1960, Ferrarotti è uno dei suoi piú stretti collaboratori, in un incontro nello stesso tempo politico, ideologico, spirituale e ideale, avvenuto sulla «strada dell'utopia». L'utopia era legata a una grande sfida progettuale: industrializzare Ivrea senza distruggere l'ambiente; sviluppare il Canavese senza stravolgerne l'anima contadina. Una sfida «locale» che incontrava tuttavia i grandi scenari «globali»: lo sviluppo della democrazia industriale in Europa, la politica delle grandi fondazioni americane; la crescita della cultura delle scienze sociali come strumento di innovazione nella società e nell'impresa.
È deputato indipendente al Parlamento per la Terza Legislatura (1958-1963) in rappresentanza del Movimento Comunità dello stesso Adriano Olivetti. Non si ripresenta per la rielezione, avendo deciso di dedicarsi in piena autonomia allo studio e alla ricerca.

Ottiene la prima cattedra di sociologia in Italia nell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" nel 1960, a seguito del primo concorso bandito in Italia per questa disciplina, risultando storicamente primo titolare di una cattedra di sociologia in Italia. Dal 1957 al 1962 è direttore della Divisione dei Fattori Sociali nell'O.E.C.E., ora O.C.S.E., a Parigi. Nel 1965 è Fellow del "Center for the Advanced Study in the Behavioral Sciences" a Palo Alto, California. Visiting Professor presso molte università europee e nordamericane, in Russia, Giappone e America Latina. Nel 1978 è nominato "Directeur d'Etudes" alla Maison des Sciences de l'Homme a Parigi. Medaglia d'oro al merito della Cultura. Membro della New York Academy of Sciences. Attualmente dirige "la Critica Sociologica", da lui fondata nel 1967, ed è coordinatore del "Dottorato in Teoria e Ricerca Sociale" nell'Università di Roma "La Sapienza". È autore di numerosi libri e pubblicazioni, in buona parte tradotti all'estero. Nel giugno 2001 è stato insignito del Premio per la Sociologia dall'Accademia Nazionale dei Lincei.


TRA LE OPERE

- Il dilemma dei sindacati americani, Comunità, Milano, 1954
- La protesta operaia, Comunità, Milano, 1955
- Il rapporto sociale nell'impresa moderna, Armando, Roma, 1961
- La sociologia come partecipazione, Taylor, Torino, 1961
- Max Weber e il destino della ragione, Laterza, Bari, 1964
- Trattato di sociologia, UTET, Torino, 1968
- Vite di baraccati, Liguori, Napoli, 1975
- Alle radici della violenza, Rizzoli, Milano, 1979
- La società come problema e come progetto, Mondadori, Milano, 1980
- Storia e storie di vita, 1981
- Il paradosso del sacro, Laterza, Roma-Bari, 1983
- Una teologia per atei, 1983
- Homo sentiens, Liguori, Napoli, 1985
- Il ricordo e la temporalità, Laterza, Roma-Bari, 1987
- Roma madre matrigna, 1991
- I grattacieli non hanno foglie, 1991
- (con Pietro Crespi), La parola operaia, Scuola G.Reiss Romoli, L'Aquila, 1994
- L'Italia in bilico - elettronica e borbonica, Laterza, Roma-Bari, 1994
- Simone Weil: la pellegrina dell'Assoluto, Messaggero, Padova, 1996
- La perfezione del nulla, 1997
- L'Italia tra storia e memoria, 1997
- Leggere, leggersi, 1998
- Partire, tornare, 1999
- La verità ? È altrove, 1999
- L'ultima lezione: critica della sociologia contemporanea, Laterza, 1999
- L'enigma di Alessandro, Donzelli, 2000
- La società e l'utopia, 2001
- La convivenza delle culture, 2003




Franco Ferrarotti: alcuni estratti testuali


Testo n°1
L'ARTICOLO - Franco Ferrarotti: Parole, silenzi
Dal quotidiano "Il Messaggero" 26 maggio 2003


Leggere può sembrare un’operazione passiva, un ritiro dal mondo, una rinuncia. Non è così. Alla fine dell’Ottocento, un critico francese, Albert Thibaudet, distingueva fra lecteur e liseur, potremmo dire fra lettore e leggente. Il vero lettore non è mai un mero leggente. È un inter-autore, un interrogatore del testo, in momenti particolarmente felici può diventare co-autore. Per questo sono, nonostante tutto, ottimista. George Steiner ha scritto pagine dolenti sulla fine della "civiltà della lettura", di quella che lui chiama 'bookishness'. È vero che il libro è stato detronizzato, se si vuole, sconsacrato. Ma questo ha il suo lato positivo. In un’epoca di mass-media, si è forse capito che anche il libro è un mass-medium. Non è più la sola fonte dell’informazione culturale. Guai a dimenticarsene. La sua logica è diversa da quello dell’audiovisivo. Non parla solo all’emozione. Esige silenzio, concentrazione sulla pagina, chiarezza intellettuale. L’audiovisivo seduce con la fulmineità dell’immagine sintetica. Io sono favorevole all’interazione critica fra i vari mass-media. Ma andrei cauto quando si parla e si attuano "meticciamenti". Il divertimento è garantito, l’emotività può essere portata al massimo. La comprensione profonda, cartesiana, molto meno.


Testo n°2
L'INTERVENTO
Università "La Sapienza" di Roma - Luglio 2002


La richiesta di informazioni circa le origini e l'idea dei "Quaderni di Sociologia" mi provoca una sorta di tempesta interiore. È un fatto che l'idea dei "Quaderni" viene da lontano e si lega strettamente, forse inestricabilmente, al bisogno e alla passione che fin da giovanissimo avvertivo per la sociologia. È vero che ho sempre avuto dentro di me l'esigenza di una rivista, di poter parlare alle persone conosciute ma anche, e più ancora, a quelle sconosciute attraverso un organo di stampa periodico, di cui fossi responsabile. Un primo tentativo di adolescente lo feci con "Progredi", un foglio durato pochi mesi. Non è un'esperienza in Piemonte molto originale. Ricordo che proprio a Torino il giovanissimo Piero Gobetti, prima ancora di "Rivoluzione liberale" aveva dato vita a "Energie Nuove". Correvano gli ultimi anni Trenta. Ero un ragazzo inquieto. A credere alle testimonianze delle persone che allora mi conoscevano, ero anche piuttosto inquietante. Leggevo molto, voracemente, aiutato da una memoria prodigiosa. Per tenermi tranquillo e, fino a un certo punto, sotto controllo, un mio caro cugino primo, Mons. Leopoldo Ferrarotti, mi dava da studiare un canto al giorno della Divina Commedia, la sera per il mattino dopo. Esaurito Dante, mi aveva assegnato le Vite degli uomini illustri di Cornelio Nepote, in latino, tutto a memoria. Alle soglie della pubertà mi aveva colpito quello che dalle nostre parti si chiamava un "esaurimento nervoso", una sorta di collasso neurovegetativo, complicato da tendenze allucinatorie, forse un sospetto di schizofrenia, scarsa percezione del reale. Il tutto, in un corpo già minato da due broncopolmoniti in giovanissima età, fra i due e i cinque anni, che mi avevano portato in fin di vita. Le sole scuole da me frequentate regolarmente furono i cinque anni delle scuole elementari, con la maestra Piera Mandelli per le prime tre, e il maestro Francesco Rossino, per la quarta e la quinta. Dopo sia alla licenza ginnasiale che alla maturità classica dovetti presentarmi come privatista.
Leggevo tutto il giorno, chiuso nello stanzone all'ultimo piano di casa mia, dove qualche parente aveva disordinatamente accumulato una gran quantità di libri, da un dizionario della lingua piemontese ai sermoni del Cardinale Capecelatro alla Grammatica comparativa delle lingue indoeuropee di Franz Bopp. Leggevo e tossivo. Preoccupati e temendo una fatale ricaduta, i miei mi mandarono a Sanremo, allora come oggi famosa per l'aria buona. Ma i miei non sapevano - non potevano sapere - che a Sanremo trascorrevo le mie giornate nella biblioteca comunale, allora nella Sanremo vecchia, in Piazza del Municipio, 11 o 13.

Prima dei "Quaderni" avevo pensato e cominciato a pubblicare - eravamo agli inizi del 1946 o alla fine del 1945 - un periodico dal titolo programmatico "La rivoluzione umana - Quindicinale della generazione nuova". Nel titolo si sentiva distintamente l'influenza gobettiana. Benché sostenuto da un contributo e da un abbonamento, del tutto inattesi, dell'allora Presidente della Assemblea Costituente, Umberto Terracini, il periodico non ebbe molta fortuna. Lo stampavo in una piccola tipografia di Casale Monferrato, ancora oggi in funzione. Stampa "La Voce del Monferrato". Di tendenza essenzialmente anarchica, "inviso a Dio e a li inimici sui", bruciato in piazza dai fascisti e dai comunisti, "La rivoluzione umana" chiuse i battenti al terzo numero doppio. Ancora non lo sapevo, ma stavo solo facendo le prove per fondare una rivista scientificamente più critica, ma sempre aperta sui problemi del presente, non accademica nel senso deteriore del termine.
Posso dire che l'idea dei "Quaderni" prende corpo dopo il fal#00ffffnto di "La Rivoluzione umana", e mi accompagna durante tutta la laboriosa traduzione dell'opera iconoclastica La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen, uscita da Einaudi il 3 gennaio 1949. Laureatomi a Torino con Nicola Abbagnano, mi sentivo pronto (eravamo nell'inverno 1949-50 e dall'autunno 1948 avevo incontrato e cominciato a collaborare con Adriano Olivetti) a dar corso all'impresa di una rivista rigorosamente scientifica, ma extra-accademica. Ma perché una rivista? E perché quel titolo? Non ero mai stato uno studente modello. Augusto Guzzo, che aveva rifiutato di firmarsi la tesi (la firmò, generosamente, Nicola Abbagnano a scatola chiusa), mi chiamava il suo "clericus vagans". Trovavo la filosofia, soprattutto quella neo-idealistica e spiritualistica, che era allora dominante, pomposa e astratta nello stesso tempo; d'altro canto, le lezioni di economia politica di Bordin, che avevo seguito per qualche tempo a Piazza Arbarello (a Torino, dove Bordin teneva le sue lezioni nella Facoltà di Economia e Commercio), mi parevano noiose e inutilmente matematizzate. Volevo qualche cosa di scientificamente rigoroso, ma vicino all'esperienza quotidiana del vivente. Per me, era la sociologia. Con l'idea del 'l'uomo in situazione', l'esistenzialista positivo Nicola Abbagnano mi era, senza che io lo sapessi all'epoca, molto vicino.

La prima persona con cui parlai esplicitamente dei "Quaderni di Sociologia" fu una studentessa di Abbagnano che stava per laurearsi, Magda Talamo, e poi ne parlai anche con una sua amica, Anna Anfossi. Insieme si voleva fare un centro di ricerche, che da tempo proponevo, il CRIS (che poi, quando io me ne andai per il mondo, loro due fecero). Recentemente, a Torino, in occasione della commemorazione di Nicola Abbagnano all'Università in Via Po, Magda Talamo, divertita, mi ricordava di quando, un giorno del 1950, la mattina (presto per dei cittadini) saranno state le sei e mezzo o le sette, fu svegliata di soprassalto dal padre che le diceva : "Magda alzati, vestiti: c'è un giovanotto pazzo in mezzo al cortile (era il cortile interno dei vecchi caseggiati degli impiegati e della piccola borghesia) che urla e smanazza: - Magda, vieni giù. Vieni giù subito. Dobbiamo parlare dei Quaderni -".
Era proprio così. I "Quaderni" erano diventati per me un'ossessione. Ne parlavo spesso anche con Pavese. Cesare Pavese mi consigliava di mettermi insieme con la "cocca" (così diceva) di "Cultura e realtà", una rivista che stava per uscire a Roma, con Natalia Ginzburg, Mario Motta, Felice Balbo, Giorgio Ceriani Sebregondi, lui stesso e altri. Ma io, a naso, a giudicare dal comitato di redazione, trovavo l'impresa piuttosto precaria, e avevo ragione. Di "Cultura e realtà" non uscirono che due o tre numeri. Una possibilità c'era, con la "Rivista di Filosofia", che in quel momento era pubblicata da Olivetti con le edizioni di Comunità. Ma giocavano contro questa apparentemente ragionevole soluzione, due difficoltà piuttosto per me massicce: 1) non volevo aver niente da spartire con la filosofia "tradizionale"; 2) in secondo luogo, non volevo fare pasticci con Olivetti; i "Quaderni" dovevano essere gelosi della loro autonomia, né con l'università né contro l'università, ma neppure al servizio di pur nobili ideali; dovevano servire solo a condurre una battaglia strettamente sociologica. Anche per questo motivo, rifiutavo ostinatamente qualsiasi apertura per un incarico di filosofia. No. Ero pronto a imbarcarmi, ma solo per la sociologia.

Fu allora che di fronte alla mia ostinazione, Abbagnano, un giorno di fine '50, mi invitò a casa sua, in Via Talucchi. Si mangiò; si parlò del più e del meno; lui fumò una mezza sigaretta; io tracannai un bicchiere di rosso. Stavo per andarmene. Marian, mi spiegò, era la sua seconda moglie. Era americana. Non era neppure il caso di dirlo. Lo vedevo da me. Alta, bionda, slanciata, con lo sguardo diritto e fermo di un'autentica businesswoman. Non avevamo parlato molto, ma coglievo una certa simpatia nei suoi occhi chiari. Sulla porta, Abbagnano mi fa: "Senti, Franco. Mi sembra che tu abbia qualche difficoltà a trovare uno che ti stampi i "Quaderni". Sai, mia moglie Marian ha una piccola casa editrice, la Taylor. Potremmo stamparla noi. Tu naturalmente saresti il direttore e il proprietario, hai avuto tu il permesso di stamparla dalla Questura. Io ti aiuterò". La sua generosità incantava, detta in poche parole, sottovoce. Nell'estate del 1951 usciva il primo numero dei "Quaderni", con il mio "Piano di lavoro", e lui, Abbagnano, in funzione di vice-direttore. La cosa mi sembrò naturale. Ma aveva del miracoloso. Nei miei propositi, i "Quaderni di sociologia" erano innanzitutto uno strumento di battaglia culturale, e nascevano in funzione extra-accademica e anche, occasionalmente, aspramente anti-accademica. A ripensarci, è straordinario come Abbagnano, già da anni professore ordinario nell'università di Torino, mi assecondasse in questo senso. Forse, per capire a fondo questa situazione, bisogna ricordare che Abbagnano si era formato alla scuola di Aliotta, al di fuori dell'influenza crociana e gentiliana. Lombardi (Franco), anni dopo, mi diceva che ero stato io, con la sociologia, ad offrire ad Abbagnano una via d'uscita, attraverso la ricerca sociologica, capace di chiarire le condizioni effettive del 'l'uomo in situazione' dell'esistenzialismo positivo di Nicola Abbagnano.

Sta di fatto che fin dai primi numeri dei "Quaderni" Abbagnano incrociò il ferro con grande decisione con i rappresentanti dei neo-idealismo. Era appena uscito il primo numero dei "Quaderni" che apparve, estate del 1951, un articolo duramente polemico di Carlo Antoni, crociano di stretta osservanza, nel settimanale diretto da Mario Pannunzio, "Il Mondo", che raccoglieva soprattutto gli intellettuali di orientamento liberal-crociano: da Enzo Forcella al giovane Eugenio Scalfari, e i liberali detti "radicali".
L'articolo di Antoni si intitolava "La scienza dei manichini" e ripeteva le solite obiezioni alla sociologia, considerata come la disciplina che mirava a studiare il comportamento umano, riducendo però le condotte degli individui a rigide tipizzazioni e con ciò negando l'imprevedibile "spiritualità" delle persone. Era il vecchio argomento già usato da Croce nella polemica con Vilfredo Pareto agli inizi del Novecento.
Abbagnano rispose punto per punto con un articolo intitolato "I manichini della scienza", in cui ritorceva contro i neo-idealisti la loro inadeguata concezione della ricerca scientifica e difendevano la possibilità e, anzi, la necessità di analizzare gli individui e il mondo umano, le condizioni delle persone e la struttura delle istituzioni con gli strumenti delle scienze sociali. Anni dopo, in occasione di un convegno tenutosi a Roma sul tema "Abolire la miseria" al teatro Vittoria di Via Vittoria nei pressi di Piazza di Spagna, in cui avevo tenuto una relazione su "Sociologia e realtà sociale", insieme con Guido Calogero, Riccardo Lombardi, Ernesto Rossi (gli atti furono pubblicati sulla rivista fiorentina "Criterio", diretta da Carlo Ludovico Ragghianti), Carlo Antoni riconobbe esplicitamente l'utilità della sociologia non solo come funzione classificatoria, secondo il pensiero di Croce, ma anche come disciplina capace di offrire risultati conoscitivi in senso pieno. Lo stesso anno in cui uscì il primo numero dei "Quaderni", estate 1951, a giugno partivo per gli Stati Uniti. L'anno prima, 1950, Olivetti era stato colpito dal suo primo infarto. Le iniziative di cui ero responsabile erano praticamente ferme, specialmente per l'opposizione della famiglia. Io decisi allora, contro la volontà dello stesso Adriano Olivetti, di andarmene in America. Anche Pampaloni (Geno) mi sconsigliava di lasciare la Olivetti in quel momento. C'era un gran movimento di posizioni all'interno della ditta: Tullio Fazi, direttore della pubblicità, sarebbe andato a Napoli a dirigere la nuova fabbrica di Pozzuoli; Ignazio Weiss, segretario personale di Olivetti, sarebbe andato alla pubblicità; lui, Pampaloni, stava bene dove stava, a dirigere la biblioteca; sarebbe toccato certamente a me fare il salto e diventare, giovanissimo, segretario personale del Presidente Olivetti, ecc. ecc.
Ma nessuno poteva rendersi conto del fascino che l'avventura, la scoperta dell'America potevano esercitare su un giovane come me.

Il viaggio in America, che allora si poteva fare solo per nave (gli aerei ad elica e poi a reazione sarebbero venuti anni dopo), era ancora concepito come un'impresa pericolosa, ai limiti dell'irresponsabilità. La traversata dell'Oceano Atlantico, che viene oggi familiarmente chiamato l'Atlantic rivers, se non l'Atlantic lake, all'epoca si presentava piena di incognite. Era di dominio pubblico che molti emigranti non erano mai più tornati. Gli anni '50 sapevano ancora di guerra. Anche per queste ragioni, prima di imbarcarmi su una piccola nave bianca, l'Atlantic, della Home Lines, da Genova, il 10 o l'11 giugno 1951, lasciai a mani di Marian Taylor una lettera di questo tenore (cito a memoria): "Nel pieno possesso delle mie facoltà fisiche e mentali, dichiaro che, in caso di mia morte o comunque di non ritorno dagli Stati Uniti, va riconosciuta la proprietà dei "Quaderni di sociologia" a tutti gli effetti alla casa editrice di Marian Taylor".
Dalla fondazione a tutto il 1967, quando diressi i "Quaderni", ebbi grandi soddisfazioni. Forse fu un errore, una volta ottenuta la cattedra all'università di Roma - era la prima cattedra a livello pieno di sociologia nell'università italiana - chiamare alla redazione dei "Quaderni" degnissime persone, che erano però estranee allo spirito originario dell'impresa che, nei suoi indubbi limiti, mi aveva dato notevoli risultati. Basti ricordare che al terzo numero, mentre io mi trovavo negli Stati Uniti, fui raggiunto da una lettera del presidente della Repubblica in carica, Luigi Einaudi, il quale mi mandava alcune carte topografiche e ottime considerazioni sulla divisione della proprietà agricola in quel di Castellamonte, un comune canavesano cui avevo dedicato un rapporto di ricerca in due puntate.

Personalmente, non avendo alcuna esperienza del mondo accademico, essendo a tutti gli effetti un outsider, credo di aver sottovalutato le grandi pressioni che si sarebbero scatenate per nuovi concorsi e nuove cattedre, tanto più che a sociologia, nuova disciplina priva di controllo interni molto rigidi e collaudati (come, ad esempio, medicina e giurisprudenza), avrebbero aspirato tutti coloro che si sentivano esclusi dalle più antiche materie, dai filosofi agli storici e agli italianisti. Ricordo in proposito, poiché la riunione prevedeva anche una discussione sui "Quaderni di Sociologia", un incontro a Roma nel 1962, nell'ufficio di Sergio Cotta, titolare di filosofia del diritto, alla 'Sapienza', con Norberto Bobbio. Questi mi disse (cito a memoria e riassumo): "Caro Franco, hai una grande responsabilità. Resisti alle pressioni. [...]"


Testo n°3
IL PROSPETTO DI LAVORO SOCIOLOGICO
"Quaderni di sociologia" - Estate 1951, n. 1, Piano di lavoro


Il piano di lavoro, che qui si presenta, mentre costituisce nelle sue linee fondamentali la piattaforma programmatica essenziale dei "Quaderni di Sociologia", ne indica insieme l'ordine dei lavori e come tale si può ritenere che esso non sarà presumiblmente esaurito, e avrà quindi piena validità per non meno di dieci anni. I "Quaderni di Sociologia" sono fascicoli che escono periodicamente, ma non a data fissa. Saranno probabilmente trimestrali. Ogni numero ha un proprio contenuto autonomo; si giustifica per quello che offre e può stare a sé. I "Quaderni di Sociologia" si dividono in tre sezioni:

l. una sezione teorica;
2. una sezione di sociologia applicata;
3. una sezione dedicata alla rassegna bibliografica e al notiziario.

1. - La sezione teorica può avere in Italia una certa importanza, soprattutto qualora si consideri come il mondo accademico italiano continui a ripetere tranquillamente il giudizio negativo del Croce, senza per altro approfondirne il senso e senza trarne tutte le implicanze. Occorre però tener presente che da noi le stesse critiche mosse dall'idealismo e soprattutto dal crocismo alla sociologia, alla sua possibilità e alla sua validità scientifica, hanno contribuito a liberare, per quanto parzialmente, la cultura italiana da quei grossolani equivoci meccanicistici e sprovvedutamente pragmatistici, da cui appare particolarmente inficiata, fra le altre, la sociologia americana. Questa prima parte tratta quindi di questioni generali, propriamente teoriche ossia dei princìpi della sociologia. Essa implica una acquisizione critico-espositiva delle verità parziali storicamente prodotte dalle varie "scuole sociologiche", e l'approfondimento rigoroso di una serie di temi, che indichiamo schematicamente come segue:

1. I fondamenti logici della sociologia come scienza.
2. Dato pragmatico e dato problematico.
3. La sociologia come analisi descrittiva e rilevazione di linee di tendenza (problema della "oggettività" nella sociologia).
4. La concezione del fatto sociale come struttura totale aperta.
5. Le unità di misura e i criteri zetetici della sociologia: il concetto di atteggiamento (interindividuale) e di istituzione come modo di essere collettivo con validità consuetudinaria non codificato in senso giuridico.
6. Esame critico della critica crociana alla sociologia.
7. Dalla sociologia universalistica e filosofeggiante (Comte, Spencer) alla sociologia come scienza rigorosa.
8. La sociologia di fronte alla filosofia: giudizi di fatto e giudizi di valore.
9. La concezione del fatto nel vecchio positivismo.
10. Il concetto di convenzione e il Circolo di Vienna.

2. - È una sezione decisiva e, per la cultura italiana, può veramente rappresentare una novità. Si tratta di raccogliere dati empirici e di organizzarli intorno e in funzione di una definita ipotesi di lavoro o della soluzione di qualche problema posto dallo sviluppo strutturale, badando a non forzarne l'obiettività e quindi senza infirmarne il valore scientifico. Rientrano di diritto in questa sezione indagini e studi particolari, saggi di microsociologia, sociometrica. I temi fondamentali sono forniti da tre ordini di problemi:

a) rapporto città-campagna (definizione di comune rurale; distribuzione e movimento della popolazione; volume del risparmio; tipi di abitazione; urbanesimo; industrializzazione agricola; lavoro a domicilio, caratteristiche; attività misto, semi-agricole, semi-artigianali, industrializzate; morfologia e concetto di "area depressa");
b) il lavoro industriale (l. tecniche di lavorazione; razionalizzazione dei cicli produttivi ecc.; 2. sistemi di retribuzione; riflessi sulla psicologia operaia ecc.);
c) l'organizzazione della cultura (l. modi e strumenti espressivi, tecniche di distribuzione dei prodotti culturali; 2. l'intellettuale di fronte al mondo della produzione economica; 3. funzione sociale dell'intellettuale: l'intellettuale come elemento eterogeneo e come fattore di omogeneità).

All'inizio e come avvìo, le ricerche toccheranno due zone circoscritte:

a) un borgo cittadino - e precisamente Borgo S.Paolo a Torino;
b) centri rurali, in quanto soggetti alle conseguenze dello sviluppo industriale - e precisamente i comuni canavesani, in abbastanza rapida evoluzione sotto la pressione della fabbrica Olivetti e di altre fabbriche minori.

Come schema di ricerca per la prima raccolta di dati si propone il seguente:
l. Comune:
Frazione:
Popolazione nel 1936
Popolazione attuale (1950).
2. Struttura economica: prevalentemente agricola, industriale.
3. Struttura sociale: composizione della popolazione (operai, contadini, operai-contadini, piccoli, medi e grossi proprietari e industriali, ecc.). Orientamenti corporativi dei vari gruppi sociali.
4. Rapporto delle forze politiche: espressione dei vari gruppi sociali. Partiti politici (omogeneità compattezza, autocoscienza).
5. Autorità costituite: i detentori del potere (politico, amministrativo, religioso).
6. Situazione del bilancio comunale (1940-1950).
7. Numero degli elettori (1950).
8. Risultati elettorali delle elezioni e referendum 2 giugno 1946 e delle elezioni amministrative (prime e seconde). Risultati delle elezioni del 18 aprile 1948.
9. Mezzi della cultura popolare e dell'assistenza sociale: scuole, ospedali, asili.
11. Locali pubblici in diretto rapporto con i modi di vita della popolazione: bar, caffè, alberghi, cinema, teatri, sale da ballo, associazioni sportive, clubs ecc.

Dall'insieme di questi dati dovrebbero risultare le linee caratteristiche della fisionomia di quella che chiamiamo, la "Comunità Canavesana".

3. - Rassegna bibliografica e Notiziario: le recensioni saranno numerose e, se del caso, ampie e largamente espositive. Recensire i libri nuovi e anche, retrospettivamente, i classici della sociologia. La rassegna bibliografica potrà essere completata da medaglioni, profili biografici, monografie a carattere storico. Il notiziario recherà notizie dei vari gruppi e circoli di studi sociologici nel mondo (congressi, settimane di studio, attività e progetti editoriali ecc.).

A questo punto, prima di iniziare il nostro lavoro, avendone stabilita la tematica essenziale, si impone un riesame della situazione di questi "Quaderni di Sociologia" nella cultura di oggi.
Il piano di lavoro risulta dalla ripresa e dalla riqualificazione del piano di massima, interamente elaborato e steso da me, sotto la pressione di una accumulazione di elementi più o meno omogenei, che durava da circa quattro anni. Questi elementi, allo stato fluido e di puro fermento, si possono tuttavia distinguere abbastanza nettamente in tre filoni principali, ognuno dei quali, autonomo e organicamente dipendente rispetto agli altri, vale e può venire considerato come motivazione e giustificazione (non arbitrarietà) dell'iniziativa:

l. - Inesistenza della sociologia come scienza rigorosa, in Italia e fuori d'Italia. In Italia l'influenza del neoidealismo ha precluso per un certo tempo ogni possibilità di studio e, in genere, di attività teoretica in questo senso. Fuori d'Italia l'empirismo, nelle sue svariate versioni (pragmatismo, scientismo, evoluzionismo unilineare, comportamentismo, antropologismo etnografico, psicologismo, ecc.) si è rivelato insufficiente. Fondare logicamente la sociologia come scienza e a garantirla come tale.
2. - Possibilità e quindi necessità di aprire inchieste e indagini particolari e circoscritte, pur con la estrema povertà di mezzi e la rudimentalità degli strumenti zetetici, di cui si dispone, che servano a sbloccare sul piano della ricerca viva, colta nel suo momento induttivo, gli apriorismi del sociologismo tradizionale (denuncia e avvìo di una aporetica sistematica) e nel contempo valgano come verifica delle singole ipotesi di lavoro, in prima istanza, nonché dei princìpi generali della ricerca ossia dei principi primi della scienza (integrazione e definizione del rapporto della sociologia rispetto alla filosofia e alle scienze).
Questo punto programmatico, e la seconda sezione che nel piano di lavoro gli corrisponde, non solo cade per gran parte fuori del mondo culturale accademico, come è tradizionalmente e a tutt'oggi inteso, ma potrà vivere e svilupparsi coerentemente e in modo omogeneo solo a condizione che si riesca a stabilire un contatto permanente e una collaborazione, basata su una divisione del lavoro di tipo nuovo, fra gli uffici-studi e i centri di raccolta dei dati empirici (industriali, statali, privati ecc.) e il sociologo propriamente detto, ossia l'organizzatore metodico dei dati elementari, di per sé muti o equivoci, in un sistema di conoscenza, cui non potrà mancare, in ultima istanza, una sua validità, operazionale (terapeutica) nella realtà effettuale.
3. - Opportunità di divulgare certe tecniche di ricerca e alcune verità parziali acquisite dalla sociologia, quale si configura in determinate situazioni culturali europee e americane, nella cultura italiana, anche fuori del mondo accademico e della cultura ufficiale.

Da questo punto di vista l'iniziativa dei "Quaderni di Sociologia" può apparire ed è effettivamente una iniziativa pubblicistica, la quale tende a portare sul "mercato" della cultura italiana certi prodotti che la situazione strutturale, italiana non ha ancora espressi e per questo non va disgiunta da una "mondanità", che nel notiziario trova il suo posto legittimo e naturale.
A questa funzione dei "Quaderni di Sociologia" non si attribuisce, ovviamente alcun valore esemplare, sibbene di pura informazione, la quale può invece fornire una riprova dello sviluppo ineguale delle strutture.



TESTI DA:

- Wikipedia.org
- Il Messaggero
- Banca popolare dell'Etruria e del Lazio
- Rai Educational
- Università di Lecce
- Università "La Sapienza" di Roma





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